Fondazione Montagna e Europa Arnaldo Colleselli
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PROFILO DI UN POLITICO E DI UN AMMINISTRATORE ESEMPLARE
di Gianfranco Orsini


A dieci anni dalla scomparsa di Arnaldo Colleselli (27 dicembre 1988) la Fondazione che ne porta il nome ha voluto ricordarlo con questa pubblicazione in cui, oltre ad altri contributi, sono raccolte le lezioni di un corso di studio sul "Diritto della Montagna", tema che gli fu particolarmente caro ed al quale dedicò costante attenzione durante la sua attività di amministratore e politico, opportunamente richiamata nel breve profilo che segue, a testimonianza di un impegno ammirevole al servizio della comunità.

Ultimo di nove figli nacque il 2 settembre 1918 a Colle S. Lucia, località allora governata dall'Impero Asburgico. Frequentò il ginnasio a Bressanone e compi gli studi liceali a Bolzano, iscrivendosi poi all'Università Cattolica di Milano dove, nel 1940, si laureò in lettere con il massimo dei voti.

Adempì agli obblighi militari presso la scuola allievi ufficiali di Bassano del Grappa, conseguendo la nomina a sottotenente degli alpini; l'appartenenza a quel corpo glorioso e il cappello con la penna nera rimasero sempre per lui motivo di vivo orgoglio.

Durante la guerra prestò servizio sul fronte occidentale e dopo l'otto settembre assunse la cattedra di italiano e latino al Liceo classico di Belluno. Gli eventi di quel tragico periodo gli richiamarono alla mente le parole di padre Gemelli, Rettore dell'Università il quale, ai neodottori che si erano recati a salutarlo ed a congedarsi, disse: "Dovete prepararvi per le grosse novità che vi troverete sulle spalle tra qualche tempo". Scelse, pertanto, di entrare nella Resistenza, attivandosi per la costituzione nell'Agordino della brigata partigiana \"Val Cordevole\" e collaborando nel contempo a Belluno con gli esponenti cattolici che stavano organizzandosi e cercavano collegamenti nella restante area veneta. Egli stesso partecipò più volte ad incontri con gli esponenti del CLN veneto a Venezia e Padova.

Arrestato dai tedeschi nel dicembre del 1944, fu portato prima a Bolzano e subito dopo trasferito nelle celle del campo di concentramento di Laives, uno dei campi nominati KZ, anticamera dei lager di sterminio.Tale destinazione e sorte sembravano già segnate, poiché assieme ad altri prigionieri politici Colleselli stava per esservi trasportato, quando un bombardamento dell'aviazione alleata distrusse il convoglio destinato al trasferimento e danneggiò irreparabilmente la linea ferroviaria.Qualche mese dopo, giunta finalmente la liberazione, egli ritornò alla vita civile assumendo, per incarico del CLN provinciale, la funzione di Capo Gabinetto presso la Prefettura e di coordinatore dell'attività assistenziale svolta dall'UNRA.Riprese, infine, l'insegnamento al Liceo con la serenità di chi sa di aver compiuto il proprio dovere.Aveva infatti preso parte alla lotta di liberazione non per odio o per accanimento ideologico o per calcolo, ma unicamente spinto da vivo amore per la libertà e da profondo senso di giustizia.

La sua caratteristica di persona aperta, tranquilla, cordiale non denunciava sicuramente un temperamento dedito all'avventura ed al rischio, ma la difesa e l'affermazione dei principi e dei valori in cui credeva erano per lui talmente importanti da indurlo ad affrontare anche i maggiori pericoli.

Gli studi compiuti in Alto Adige lo avevano portato ad apprezzare l'organizzazione, la precisione e la disciplina che distinguevano quell'ambiente, tanto che una certa adesione alla mentalità asburgica e ladina, ed alle conseguenti tradizioni, era rimasta presente nel suo animo. Peraltro i suoi sentimenti di italianità e la sua devozione alla Patria erano fuori discussione. E lo dimostrò quando, terminato il conflitto e nonostante l'urgenza di importanti problemi locali tra cui gli approvvigionamenti, il ripristino della comunicazioni stradali e ferroviarie, la normalizzazione delle amministrazioni pubbliche, si dovette affrontare il tentativo secessionista nato in alcuni Comuni fra i quali Cortina d'Ampezzo e anche Colle S. Lucia. Fu lui allora il primo e più vigoroso oppositore di tale iniziativa. Fu lui a battersi in ogni sede ed ambiente contro una volontà che non mirava a prospettive di autonomia e autogoverno, ma che si alimentava esclusivamente di spirito antiitaliano inconcepibile e intollerabile.La Patria Italiana e l'unità del suo territorio rappresentavano per lui certezze inoppugnabili. La partecipazione alla vita politica lo vide coerentemente militare nelle file della Democrazia Cristiana con posizioni di rilievo fin dagli inizi. Si schierò subito dalla parte degli ultimi, cioè dei lavoratori, partecipando alla costituzione dell'Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani, della quale fu per alcuni anni Presidente provinciale. Preferì tale forma di attività sociale poiché riteneva il sindacato, che proponeva la lotta di classe, non compatibile con la dottrina sociale della Chiesa, mentre nelle ACLI erano possibili anche le più avanzate rivendicazioni perché venivano opportunamente accompagnate dall'indicazione dei doveri sacrosanti nei confronti di terzi e della società. La sua formazione spirituale e culturale lo rendeva assolutamente convinto che la lotta di classe, portando fatalmente a divisioni e contrapposizioni, non poteva che essere elemento di danno per tutti e, quindi, per la società nel suo complesso. Costantemente nella sua azione indicò senza riserve e con fermezza i diritti irrinunciabili, ma anche i doveri da rispettare, avendo sempre a mente il "solidarismo" di De Gasperi, ai cui insegnamenti si rifaceva e di cui citava spessissimo il pensiero. Con lo stesso spirito assunse successivamente la presidenza della Coltivatori Diretti, ove c'era sicuramente una maggiore qualificazione sindacale, ma dove pure l'ispirazione ideale era la dottrina sociale della Chiesa, l'adesione alla quale gli consentiva di operare per soluzioni moderate e di equilibrio tra le varie istanze ed esigenze. Confermò la vocazione al sociale anche quando, a seguito delle elezioni amministrative del 1951, fu nominato assessore provinciale. Volle, infatti, assumere il referato ai servizi sociali che sotto la sua guida si svilupparono notevolmente, in modo particolare nel settore della maternità ed infanzia. A metà degli anni Cinquanta accettò la presidenza dell'Ospedale civile di Belluno. Data la contemporaneità con altri impegni ebbe dapprima qualche esitazione, ma l'insistenza di amici e di personalità pubbliche - che vedevano in lui la possibilità di risolvere la crisi che travagliava l' importante istituzione - finì col convincerlo ad assumere anche questo ulteriore impegno. Con la pazienza e con il garbo che lo distinguevano, non privo della necessaria fermezza, poco per volta riuscì a ridare piena efficienza e funzionalità al nosocomio e diede avvio alla realizzazione della nuova sede, di cui si parlava invano da decenni, riuscendo con perseverante insistenza ad ottenere l'intervento finanziario del Comune capoluogo della Provincia e del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano. Ebbe la soddisfazione di vedere inaugurato il blocco medico del nuovo complesso prima di dover lasciare la presidenza perché chiamato a far parte del Governo Nazionale quale Sottosegretario all'Agricoltura e foreste. Era stato eletto deputato nel 1958 e nel Parlamento era entrato consapevole di rappresentare una terra emblematica di tutta la montagna italiana e animato dal proposito di battersi per riscattarla da una inaccettabile condizione di arretratezza e sottosviluppo Condizione da cui derivava il dramma dell'emigrazione che costringeva uomini forti e coraggiosi a cercare all'estero fonti e mezzi di sostentamento sacrificando nelle miniere e gallerie di tutto il mondo la salute e, non infrequentemente, la vita. Mai tralasciò occasione per richiamare la necessità di dedicare alla montagna italiana una legislazione speciale. Leggi che ne considerassero la peculiarità e quindi le diverse particolari esigenze rispetto alle zone di pianura, affinché la gente montanara potesse trovare possibilità di vita dignitosa e tranquillità di esistenza, tutelata dalla realizzazione delle indispensabili opere di difesa del suolo e da norme atte a contenere l'espansione delle attività di sfruttamento idroelettrico delle acque. Colleselli non poteva certo dimenticare l'immane tragedia del Vajont della quale la mattina del 10 ottobre 1963 si assunse l'amaro compito di dare notizia all'Assemblea della Camera dei Deputati dedicandosi successivamente, in modo quasi esclusivo, all'attività legislativa per la elaborazione delle norme necessario a consentire la ricostruzione e la riattivazione della zona disastrata. Passato al Senato, continuò pervicacemente nella sua azione a favore della montagna battendosi per integrare la legge 1102/71 (per la quale aveva efficacemente lavorato nella veste di Sottosegretario al Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste), ma che non risolveva ancora i problemi di fondo, che egli riteneva affrontabili solo con un Testo Unico di norme per i territori montani. Era convinto che con disposizioni specifiche e precise la montagna italiana avrebbe potuto raggiungere uno sviluppo sufficiente ad evitare lo spopolamento e cosi garantire la presenza del montanaro a tutela dell'ambiente e a difesa del territorio. Continuò a perseguire tale obiettivo anche quando venne eletto al Parlamento Europeo che, in un certo senso, era il suo approdo naturale. Infatti per le sue origini, per la sua concezione solidaristica della società che gli dava una visione dei problemi travalicante le frontiere e per l'appartenenza ad una provincia di confine e di emigrazione, sentiva fortemente la prospettiva europea Non tanto e non solo in funzione di una entità capace di ordinare al meglio i rapporti tra le Nazioni, ma soprattutto al fine di far nascere una solidarietà senza confini tra i rispettivi popoli. Lavorando sempre intorno ai problemi montani arrivò a far approvare nel 1983 la risoluzione che porta il suo nome, dalla quale derivò una sene di provvedimenti finalizzati al rilancio dell'agricoltura e attività connesse nella zona dolomitica del Veneto, provvedimenti poi condensati nel Regolamento comunitario 1401 del 1986. Riuscì a conseguire tale importante obiettivo per la passione e la pervicacia che sempre accompagnarono la sua attività, ma gli fu di molto ausilio il fatto di sentirsi e di comportarsi da cittadino europeo. Tale atteggiamento gli conquistava la simpatia e la stima dei colleghi degli altri Paesi che apprezzavano il suo naturale e spontaneo modo di esaminare, senza vincoli di appartenenza, i problemi dell'intero orizzonte europeo, esprimendo conseguentemente giudizi sempre sereni ed obiettivi. Non dimenticava naturalmente Belluno, città d'adozione che sentiva sua ed alla cui vita comunitaria partecipò attivamente. Capo della maggioranza, in Consiglio comunale cercò sempre di evitare gli scontri e le contrapposizioni, smorzando le polemiche con molto rispetto per tutti, aiutato da una facile loquela e da una sincera apertura verso le ragioni ed i punti di vista degli altri. Rimase fedele anche al paese natale, dove amava rifugiarsi circondato dal calore della sua numerosa e splendida famiglia, a contemplare il cielo azzurro e le montagne che tanto amava e dove volle chiudere la sua attività pubblica da Sindaco. Da galantuomo quale era, Colleselli interpretò continuamente la politica per quello che deve esserne la caratteristica essenziale, cioè servizio alla società. E nelle varie responsabilità ricoperte dedicò ogni sforzo in fedeltà a tale principio. Cattolico senza incertezze ebbe vivissimo il senso dello Stato ed il rispetto per le pubbliche istituzioni all'interno delle quali operò con scrupolo e correttezza estremi. Nel suo agire mantenne sempre come riferimento una visione complessiva della realtà umana, nelle differenti articolazioni e varietà di esigenze e con le tensioni che ne contraddistinguono i diversi momenti. Uomo di mediazione, perseguì tenacemente l'accordo con le altre forze attraverso il confronto serio che giudicava comunque positivo, poiché se non altro, delineava con chiarezza le diverse posizioni. Tuttavia la sua volontà di collaborazione, pur forte, non gli consentì mai di scendere a compromessi che contrastassero con i valori di riferimento. Non trascurò mai il contatto con le singole persone per meglio capire i vari problemi, poterne valutare la portata e studiarne le possibili soluzioni alle quali si dedicava partendo da ragioni ideali ma alla luce dei limiti posti dalla realtà concreta. Si adoperò per rispondere alle esigenze della sua gente al fine di facilitarne il cammino verso il progresso che considerava necessario e di cui accettava i cambiamenti anche se non sempre apprezzabili e talvolta avventati. Per questo amava spesso ricordare che una società che volesse trascurare la propria storia e rinnegare le proprie radici sarebbe irrimediabilmente perduta. In ogni azione, in ogni atto delle sue responsabilità usò la virtù della prudenza. Ed a questo riguardo era costante l'invito a colleghi ed amici che avevano responsabilità pubbliche a non formulare valutazioni senza precisa cognizione dei fatti, dato il rischio che da apprezzamenti non meditati potessero derivare conseguenze negative per i singoli e per la comunità. Amabile e cortese con tutti (la bontà traspariva da ogni suo gesto) era incapace di sentimenti non in sintonia con la carità cristiana. Ma il suo connotato preminente era la serenità che conservava in qualsiasi circostanza. Anche parlando delle sue difficoltà di salute a chi gli consigliava cure e rimedi rispondeva sorridendo di considerarsi a disposizione della Divina Provvidenza alla quale si affidava totalmente. Arnaldo Colleselli ha dato un contributo notevole allo sviluppo e alla crescita della provincia ed è stato un rappresentante prezioso per le popolazioni bellunesi che non ne dimenticheranno l'opera svolta e soprattutto lo ricorderanno come amministratore e politico esemplare.
 
 
 
 
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